A tu per tu con Andries Botha

 

Che cosa ti ha spinto nel 2003 a creare questa particolare opera?

La ceramica è una tecnica con cui ho lavorato per parecchio tempo e sono felice di riprenderla, dopo averla abbandonata per un periodo. Ha portato alla nascita di molte nuove soluzioni e di considerazioni concettuali: il materiale nel suo senso tradizionale, la terra, soggetta a un calore intenso. È una bella metafora, una di quelle che suggerisce trasformazione, fragilità, terra, corpo.

Ovviamente, tutta la nostra sensibilità occidentale è stata scossa dall’assalto e dal crollo delle Torri Gemelle negli Stati Uniti: quello che sembrava essere stato inviolato è stato colpito, attaccato, trasformato e noi siamo cambiati per sempre. Ci siamo resi conto che, probabilmente, tutto ciò che avevamo avuto, fatto e costruito fino a quel momento si fondava su un terribile sconforto e malessere di moltissime persone: a tal punto da provocare un evento così crudele. A quel tempo, e ancora oggi, mi è sembrato che tutto quello che avevamo costruito intorno a ragione, considerazione, teoria e scienza, tutta la nostra logica, tutta la nostra sensibilità, tutte le nostre dimensioni di civiltà fossero messe in discussione.

È stato allora che ho deciso di costruire una torre fatta da una serie di unità di misura: ogni suo componente era esattamente un’unità di misura fissa, prestabilita. E con ogni unità di misura ho costruito un quadrato, che a me sembrava suggerire equilibrio e perfezione, all’interno del linguaggio della ragione. Poi unendo quadrati con quadrati ho costruito un cubo, e poi mettendo un cubo in cima a un altro, in qualche modo ho definito sistematicamente ciò che siamo, e la certezza con cui possiamo organizzare il nostro universo, finché all’improvviso tutto questo è crollato e ha messo tutto in discussione.

Questa, in un certo senso, è stata la base del lavoro: qualcosa soggetto a intenso calore e fuoco che potrebbe portare un totale cambiamento. Prima c’era ordine, poi quel fuoco e quel calore lo hanno fatto crollare. Tutte le cose sono temporanee, tutte le cose sono soggette a cambiamento nonostante l’uomo tenti invano di negare che questa sia la natura di tutte le cose.

Quindi, ho voluto creare una metafora che sotto diversi punti di vista non riguardasse solo la metafora della torre nel suo proprio contesto storico e culturale, che era stato assalito, ma che riguardasse la base vera e propria su cui si costruiscono i nostri valori, anch’essi assaliti, e che riguardasse noi, che non saremo mai più gli stessi. Credo sia questa la base del lavoro.

 

Sono passati 15 anni: come consideri oggi l’opera e quali sono i tuoi pensieri?

Riflettere sull’opera dopo 15 anni porta emozioni e sentimenti simili. É sempre interessante osservare il tuo lavoro più avanti nel tempo, per poter assistere alla validità e alla forza dei tuoi valori così come li hai messi insieme all’inizio. Certamente la storia si è evoluta in un modo tale da portare il nostro sistema ad essere patologicamente controverso ed è come se la caduta delle Torri dell’11 Settembre rappresenti l’eterna metafora di quel momento della storia in cui tutte le cose cambiarono per sempre. Quello che per me è emblematico del lavoro, non è necessariamente cosa l’opera rappresenti come oggetto fisico, ma maggiormente cosa il lavoro riflette ora e cosa contempla come oggetto metaforico.

Mi sembra che la nostra umanità si mostri indelebilmente e irrevocabilmente cambiata ed è come se quel momento testimoni un periodo in cui il nostro comune e condiviso senso umano si sia rotto e si sia frammentato in piccoli componenti separati che sembrano essere impenetrabili: questo significa che abbiamo molto poco in comune, ma che abbiamo punti di differenza e divisione a livello interculturale, economico e sociale. La nostra umanitá in questo senso è stata irrimediabilmente ferita. É questo ció che per me é interessante del mio lavoro. A un livello puramente formale e concettuale, riflettendo sull’opera, è stato interessante vedere il video e la replica del video, dove veniva messa in scena la distruzione dell’ordine e poi la resurrezione della vera posizione dell’ordine: ognuna di quelle unità di misura che formano l’opera hanno colliso e sono crollate al suolo,  diventando frazionate e rompendosi, e poi ognuna è stata rimessa insieme alle altre un’altra volta, quasi piegate e strutturate insieme di nuovo.

Forse è vero che le cose si incrinano e si rompono cosicché altre forme di luce possono attraversarle, in modo tale che queste possano risplendere in maniera diversa là dove ci sia una sana metafora, un sano ordine; un sano oggetto senza limiti sembra essere completamente inappropriato per i nostri tempi frammentati e quindi un oggetto rotto sembra ora essere piú appropriato.

Quindi l’oggetto che ora è rappresentato è un oggetto rotto, un pezzo di logica incrinata, una struttura rotta. Riflettendoci ora, sono sorpreso che per me sia ancora fresco nella sua rappresentazione metaforica: questo significa che quando lo guardo, percepisco che ha vitalitá e rilevanza non solo esteticamente, ma anche formalmente e concettualmente, ma soprattutto a livello sociologico e culturale. Cosí diventa una metafora per noi, come societá collettiva e individuale, che il nostro essere rotti è una metafora piú appropriata per la nostra umanità. É un momento della storia in cui tutti siamo individualmente e collettivamente rotti: è per questo che credo che la metafora abbia cosí tanto potere.

Credo che formalmente e concettualmente il creare oggetti utilizzando la ceramica, materiale soggetto a così intense passioni, parli da solo.

Credo quindi che le mie motivazioni siano ancora quelle di un tempo: ora che ci rifletto, credo che le idee iniziali non siano cambiate, credo abbiano ancora valore.

Mi ero quasi dimenticato del lavoro e credevo fosse stato perso: non mi stupisce che il curatore abbia trovato l’opera nel ripostiglio del museo. Gli artisti sono abituati all’idea che i loro lavori possano scomparire, rompersi, essere gettati via, quindi è bellissimo per me sapere che l’opera esiste ancora e sarà esposta al pubblico, perché credo che quest’opera debba esser vista. Credo abbia spessore, abbia valore ed è questo quello che mi sorprende, ma l’ho realizzata quando ero molto interessato a motivazioni formali e concettuali. Adesso sono emozionato dal fatto che l’opera abbia spessore metaforico e che il tempo e la storia abbiano supportato e sostenuto quel peso e sono molto felice che l’opera verrà vista, esposta e spero curata.

 

Andries Botha nasce il 22 settembre del 1952 a Durban (Kwazuw – Natal / Sudafrica). Dal 1982 è professore alla Durban University of Technology. Nella sua lunga carriera artistica ha esposto ampiamente a livello internazionale, toccando diverse nazioni in tutto il mondo: dalla Norvegia al Messico, dall’Olanda all’India, passando per la Germania, gli Stati Uniti, la Spagna, la Francia, l’Africa, l’UK e l’Italia, dove ha esposto ha Venezia e ad Albisola, in occasione della Biennale di Ceramica dell’Arte Contemporanea del 2003. Noto per essere un grande sostenitore di temi ambientalisti, ha sempre fatto della sua arte un mezzo per comunicare tematiche forti, come quella della sostenibilità: è proprio su questo che verte uno dei suoi lavori più celebri, quello dedicato agli elefanti. Tramite la Human Elephant Foundation infatti, Botha porta avanti un progetto di sostenibilità ambientale in Sud Africa, mediante progetti mirati nelle scuole primarie e secondarie. L’arte come veicolo di grandi valori umani e sociali è il centro anche del suo più recente lavoro, “Rhino Burning”, che verte sul problema dei combustibili fossili. Nella sua carriera, Botha ha collezionato diversi premi di livello internazionale, come il Volskas Atelier Merit Award (1987), il Cape Town Triennal Merit (1988), lo Standard Bank Young Artist Award (1990) e il National Vita Art Award (1992).

 

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