A tu per tu con Vincenzo Cabiati

 

Cosa ti ha spinto 15 anni fa a realizzare un’opera sul carbone, materiale tanto inviso in tempi in cui va accrescendosi una forte sensibilità ambientale?

Dopo il vostro invito alla Biennale di Ceramica del 2003 ho pensato alla direzione che poteva prendere il mio lavoro. Considerate la mie origini e il percorso stesso della Biennale, mi sembrava importante rivolgere lo sguardo al “territorio” che ci ospitava. Molte le suggestioni che mi hanno portato a scegliere il carbone come “modello”. Formali, ambientali e “sentimentali”. La casa dove sono nato e cresciuto a Vado Ligure era a poche centinaia di metri dalla fabbrica dove ho raccolto i frammenti di carbone per fare i calchi. A pochi metri da casa passava il treno che portava il carbone chissà dove… Pezzi di carbone molto spesso cadevano dai vagoni e per me e i miei amici d’infanzia diventavano fonte di piccoli guadagni.

Il carbone in quegli anni (fine anni 60-70) era ancora molto importante sia a livello economico che energetico, nel mondo e nella nostra piccola comunità. Dettaglio assolutamente non trascurabile, in quel periodo, nessuno di noi immaginava quali effetti devastanti potesse avere per la nostra salute e vita. Alberi rinsecchiti da un’atmosfera compromessa da esalazioni di zolfo, grandi architetture annerite poco rassicuranti, ruscelli imprigionati in “letti” di cemento che con i loro vapori maleodoranti diffondevano arcobaleni permanenti. Benvenuti nel caos.

Questo paesaggio estremo era il mio inevitabile parco giochi. Uno dei quadri di mio padre Achille, artista realista (1920- 1962), a cui sono più affezionato, è un dipinto ad olio dove compaiono la silhouette e i tralicci della cokeria, soggetto del reportage fotografico che utilizzerò per il nuovo allestimento all’interno del Museo della Ceramica.

 

La gigantografia della foto della cokeria che farà parte del nuovo allestimento dell’opera Carbone di Vincenzo Cabiati

 

La ceramica è materiale delicato, fragile, benché per produrla occorrano cotture ad alte temperature. L’inquinamento termico è dannoso all’ambiente proprio come il carbone. Puoi spiegare come vedi la relazione tra la ceramica e il tuo lavoro?

Il mio rapporto con la ceramica, come quello con il carbone, nasce durante la mia infanzia. Come ricordavo, mio padre era un artista. Nel suo lavoro la ceramica e la scultura erano molto importanti. Nel giardino della nostra casa di Vado Ligure aveva fatto costruire un forno alimentato a gas (prodotto dalla cokeria) per cuocere la ceramica, dai tecnici che li costruivano nelle fabbriche del paese per la cottura delle terre refrattarie.

La ceramica e la scultura sono un privilegio per rapportarmi con tutto ciò che mi circonda. La fragilità, un’identità. Il carbone è un elemento, un simbolo potente che ha caratterizzato la cultura industriale del ‘900. Le sue dinamiche produttive hanno modificato la mia vita e lo scenario dove si è svolta per un certo periodo. Una convivenza serrata in un habitat così compromesso toglie lucidità a ogni possibile valutazione. Paradossalmente, i gas prodotti dalla sua lavorazione venivano usati per “cuocere” le sculture e il cibo. Una dipendenza, una necessità, un affetto.

 

Vorrei che spiegassi come vedi il tuo lavoro oggi a distanza di oltre un decennio anche alla luce della chiusura del deposito di carbone dell’azienda Tirreno Power a cui ti sei ispirato e che motivassi il nuovo allestimento permanente della tua opera al Museo della Ceramica di Savona.

Sono a conoscenza delle vicende incredibilmente sorprendenti e assolutamente impensabili per uno che ha vissuto quella realtà fino agli inizi degli anni ’80. Sicuramente esaustivo sarebbe poter affrontare un percorso di conoscenza e relazioni sulle problematiche legate all’ambiente e a chi lo vive, associate a queste materie. Credo sia quantomeno inopportuno da parte mia in questo contesto esprimermi su temi molto dibattuti e scientificamente complessi. La storia recente, anche processuale, difficile da decifrare. Temi che hanno arricchito il lavoro di contenuti e simboli inimmaginabili in origine. Tutto questo annichilisce il tempo. E’ una possibilità che adoro.

 

Vincenzo Cabiati, originario di Vado Ligure, è figlio d’arte e si ispira proprio alle opere del padre Achille, pittore che negli anni ’50 ha aderito al realismo, nella sua formazione artistica. Formatosi nello studio del padre, alla fine degli anni ’80 lascia la Liguria per Milano, dove allestisce la sua prima mostra personale “Femminea” presso la Galleria Giò Marconi. Qui comincia a frequentare il gruppo autogestito di artisti di Via Lazzaro Palazzi. Le sue opere vivono e prendono forma grazie a molteplici contaminazioni: cinema, architettura e arte si mescolano e trovano continuamente nuovi spunti di realizzazione, attraverso l’utilizzo di diversi materiali e differenti procedimenti di lavorazione. Obiettivo dell’artista è estrapolare elementi significativi di realtà, contribuendo a un loro rinnovato valore poetico e affettivo. Uno stretto legame, nato nell’infanzia grazie al padre Achille, è quello con la ceramica policroma, che oggi rappresenta il mezzo previlegiato d’espressione dell’artista.

 

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